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Una lunga fedeltà. Leggere Tonino Guerra

di Guido Conti

Ho comprato Il viaggio di Tonino Guerra nel 1986, edito da Maggioli, un bravo editore di Rimini. Allora frequentavo il secondo anno della Facoltà di Lettere all’Università di Bologna. Avevo appena vent’anni ed era il primo libro di Tonino Guerra che acquistavo e leggevo, un autore che non avrei più dimenticato e avrei continuato a seguire negli anni con passione. Tonino Guerra era un autore che negli anni Ottanta era conosciuto soprattutto come sceneggiatore di grandi registri come Fellini, Tarkovskij, Antonioni; se si parlava di poesia, in ambito accademico, era sempre bollato come un poeta dialettale, come se fosse una condanna o una curiosità: un poeta dunque di nicchia, per pochi che potevano assaporare il dialetto di Santarcangelo di Romagna. Il prosatore era quasi sconosciuto se non da pochi cultori della letteratura del Novecento, per cui veniva spesso ricordato come uno dei giovani scoperti da Elio Vittorini nella famosa collana dei “Gettoni” Einaudi, in cui Guerra aveva pubblicato due libri importanti, La storia di Fortunato nel 1952 e Dopo i leoni del 1956. Avevo comprato quel libro perché sfogliandolo mi aveva incuriosito il suo essere esile, leggero: non immaginavo che questa potesse essere anche una dimensione poetica ed esistenziale del suo lavoro.

Il viaggio è l’affascinante storia di due vecchi, Rico e la Zaira, che partono dal paese dove hanno sempre vissuto, Petrella Guidi, e decidono di fare il viaggio di nozze da sempre rimandato, per andare a vedere il mare. Lo trovai un libro affascinante. Era un libro semplice e complesso insieme, una caratteristica tipica delle opere di Guerra, un poemetto bilingue, con due sonorità diverse, dove l’italiano non era la mera traduzione del dialetto di Santarcangelo, e assumeva toni più lievi e dolci rispetto alla lingua talvolta petrosa e spigolosa del dialetto, con quei suoni che arrivavano da lontano, con quelle parole tronche che amplificavano le consonanti. Una lingua rimandava all’altra come un controcanto, un contrappunto musicale. Erano dieci capitoli che avevano la forma del viaggio del monte sacro, dieci fermate di una via di passione amorosa alla scoperta del mondo, fuori dai confini di un microcosmo, con la gioia e la malinconia che segue la meraviglia dello sguardo su un mondo sconosciuto ma sotto casa. “Ecco”, mi dicevo, “in questo poemetto sento la meraviglia della scoperta del mondo”. È come se l’autore, attraverso gli occhi di Rico e la Zaira, volesse dirci che il mondo attorno a casa è fonte di continua meraviglia. Era un libro sul guardare con stupore. Eppure quella storia non riuscivo ad inquadrarla. Era un poemetto in versi? E cos’era quel metro narrativo, così libero e articolato, alla ricerca di una dimensione del narrare sul confine proprio tra poesia e prosa? E come si doveva leggere? L’autore ti costringeva a passare ogni volta dal dialetto all’italiano e viceversa. E come dovevo leggerlo, prima in dialetto di filato e poi in italiano, oppure ogni capitolo prima in dialetto e poi nella sua traduzione italiana, o viceversa? Come avrebbe voluto che si leggesse il suo lavoro? E come l’avrà scritto, prima nella sua lingua madre e poi in italiano oppure il contrario o insieme? Non erano domande banali, cercavano di andare dentro nell’officina di uno scrittore che rompeva gli argini, gli schermi prestabiliti, le categorie, giocando carte nuove e affascinanti.

Mi ponevo delle domande perché avevo tra le mani qualcosa di meraviglioso. E la fine del viaggio con quella nebbia che copre il mare come un polverone? “Che strano”, mi dicevo, “tutti gli scrittori emiliani e romagnoli che seguono il corso del fiume Po o di torrenti che si gettano dalle colline verso il mare, quando arrivano sulla spiaggia il mare non lo vedono, lo sentono come un ronzio. Si alza la nebbia, c’è la cancellazione del mondo e qui finisce il racconto, il narrare. Non resta che il silenzio e il tornare indietro.

C’era in quel poemetto qualcosa che illuminava ancora una volta l’anima degli scrittori che andavo via via leggendo dopo che Pier Vittorio Tondelli, leggendo i miei primi racconti, mi aveva consigliato: «se vuoi fare lo scrittore» mi aveva detto, «prima di tutto devi leggere tutti gli scrittori della tua terra, altrimenti, come fai a riconoscere la tua voce?»

Io sono emiliano, lui romagnolo, ma la pianura è sempre questa anche se cambia. Nel poemetto di Tonino Guerra c’è la dimensione del viaggio, della gioia malinconica, della polvere, della nebbia come tela di sacco che diventa sipario verso un teatro che si sente ma non si vede. Tutto questo l’avrei raccontato quasi trentanni dopo, in uno dei miei libri che mi ha portato maggior fortuna, Il grande fiume Po edito da Mondadori nel 2012.

Così ho cominciato a leggere Tonino Guerra. Era un autore che aveva già una sua storia e una sua dimensione critica importante, era accolto in antologie, aveva ricevuto anche contributi critici di grande finezza interpretativa, ma era sempre considerato un autore periferico, un autore al servizio del cinema. E questo mi ha fatto riflettere molto sui pregiudizi che s’incollano addosso ad uno scrittore, e come questi pregiudizi, non solo critici ma favoriti anche dalla poetica dell’autore stesso (Guerra teorizzava lo scrittore che deve mettersi a servizio del regista e del film con le sue idee e i suoi progetti, come più volte dichiarato in diverse interviste. Una posizione autoriale molto diversa da quella di Cesare Zavattini) siano così difficili da contrastare.

E la scoperta di Tonino Guerra mi poneva altre domande non banali. Come si legge uno scrittore? Quali sono le modalità di approccio? Solitamente quando leggiamo un autore ci capita di leggere un libro di cui ci innamoriamo ma difficilmente è il primo che l’autore scrive. L’approccio è casuale, talvolta ha qualcosa di magico, di epifanico. Poi si cerca di leggere tutto quello che ha scritto. Allora la lettura diventa un percorso sinuoso, articolato e complesso, dettato più dalle leggi della casualità e del gusto, dalla reperibilità delle opere, piuttosto che dalla sistematica volontà di capire come si sviluppa il pensiero e il destino di uno scrittore. Le ossessioni, le immagini che ritornano, i pensieri che cambiano, l’evoluzione della scrittura, le forme dello scrivere sono tutti temi fondamentali per capire il lavoro di Tonino Guerra, portandolo ad essere veramente uno dei protagonisti della cultura letteraria, cinematografica e artistica del secondo Novecento.

Anche l’idea di pubblicare per quasi trentanni da un piccolo editore riminese alcune tra le sue opere più importanti non ha giovato alla diffusione del suo lavoro presso un pubblico più ampio. Maggioli ha saputo tener vivo il fuoco poetico e letterario di Tonino Guerra, ha il merito di aver lavorato e valorizzato la sua opera negli anni con diverse edizioni delle sue opere. La pubblicazione di tutte le opere presso la collana dei classici Bompiani in due volumi, L’infanzia del mondo, a cura di Luca Cesari con l’importante cronologia di Rita Giannini, edita nel 2018, consacra l’opera di Tonino Guerra a sei anni dalla morte, con una importante edizione ricca di riferimenti e contributi critici. Ma tutto questo non basta. Il lavoro comincia proprio adesso, perché lo sguardo su Tonino Guerra non dev’essere solo storico-critico, va inquadrato in una dimensione capace di mostrare le tradizioni da cui arriva il suo lavoro, la sua poesia, il suo mondo, molto simile a quella di tanti autori del Novecento che sono, per anni, rimasti ai margini della tradizione letteraria e dai canoni novecenteschi: per colpa di schemi ideologici e preconcetti critici che hanno favorito la lettura di alcuni autori e determinato la messa in ombra di altri. Il nostro lavoro sarà mirato proprio in questa direzione e allora si capirà quale forza e quale ricchezza riverbera l’opera di questo straordinario scrittore che ha saputo creare una dimensione tra provincia ed Europa, tra provincia e mondo, che resta un modello e un esempio per poeti e scrittori a venire.

Guido Conti